
Il podcast di don Andres Bergamini
La gioia vera: vedere il Signore e sapere che siamo nella sua memoria - Omelia sabato XXVI TO S. Andrea
La gioia dei settantadue e la potenza sul male Riconosciamo nei settantadue discepoli una gioia travolgente al loro ritorno dalla missione. Essi hanno incontrato persone, soprattutto malati e bisognosi, portando loro il Regno di Dio. Ciò che li ha colpiti maggiormente è stata la potenza sperimentata nel nome di Gesù: persino i demoni si sono sottomessi a loro. Gesù riconosce questa esperienza e conferma di aver visto Satana cadere dal cielo. Ha dato ai suoi discepoli una potenza sul male e una forza che nasce dal suo stesso nome. Tuttavia, proprio mentre riconosce questa vittoria, Gesù li invita a non fermarsi lì: «Non rallegratevi perché i demoni si sottomettono a voi». La potenza sul male non è infatti il motivo ultimo della loro gioia. La gioia più profonda: i nostri nomi sono scritti nei cieli Gesù indica ai settantadue una ragione molto più profonda: «Rallegratevi piuttosto perché i vostri nomi sono scritti nei cieli». Comprendiamo questa espressione come l'immagine dei nostri nomi custoditi nel libro della vita. Significa essere presenti nella memoria di Dio, dentro la sua grazia, il suo disegno e il suo pensiero. I discepoli hanno potuto scacciare i demoni nel nome del Signore, ma la cosa davvero decisiva è che quel nome potente di salvezza ci permette di entrare nella vita di Dio. La nostra gioia, quindi, non dipende anzitutto da ciò che riusciamo a fare, dai risultati della nostra missione o dalle vittorie che possiamo ottenere sul male. La nostra gioia nasce dal sapere che apparteniamo al Signore e che la nostra vita è custodita da lui. La gioia di Gesù nello Spirito Santo In quello stesso momento il Vangelo ci presenta Gesù che esulta di gioia nello Spirito Santo. In questa scena riconosciamo una manifestazione profondamente trinitaria: c'è Gesù, c'è lo Spirito Santo e Gesù si rivolge al Padre con una preghiera di lode. Ringraziamo il Padre perché ha nascosto queste cose ai sapienti e le ha rivelate ai piccoli. I discepoli sono proprio questi piccoli: persone che si lasciano sorprendere dalla rivelazione di Dio e diventano partecipi di una salvezza che, partendo da Gesù, si allarga e raggiunge tutti. La gioia di Gesù nasce dal vedere che la luce del Vangelo sta attraversando i suoi discepoli e che la salvezza viene accolta da persone che non si considerano grandi o potenti. Dio rivela le sue cose a chi sa accoglierle con semplicità. Beati gli occhi che sanno vedere Gesù aggiunge una beatitudine particolare: «Beati gli occhi che vedono ciò che voi vedete». La salvezza non è qualcosa di astratto o puramente teorico: è qualcosa che possiamo vedere e riconoscere nella nostra vita. Anche noi possiamo partecipare a questa beatitudine. Possiamo imparare a vedere, nelle nostre giornate, nelle nostre famiglie e persino dentro le nostre fatiche quotidiane, la grazia del Signore che attraversa le relazioni, gli incontri e le situazioni concrete della nostra vita. Se riusciamo a riconoscere questa presenza, i nostri occhi diventano beati. Qui troviamo la ragione più profonda della gioia cristiana: non il fatto che tutto vada bene, ma la capacità di vedere che il Signore è presente e che la sua salvezza continua ad agire. È una gioia così grande che può persino sembrare incredibile. Pensiamo alla gioia dei discepoli quando incontrano Gesù risorto: erano talmente pieni di meraviglia davanti a ciò che vedevano da arrivare quasi a non credere. La bellezza delle opere del Signore supera le nostre aspettative. Giobbe: dalla sofferenza alla visione di Dio Alla luce del Vangelo rileggiamo anche la conclusione del libro di Giobbe, che ci ha accompagnato durante la settimana. Giobbe riceve nuovamente grandi benedizioni: pecore, cammelli, buoi, figli e molti altri beni. La sua vita viene ricostruita e le sue ricchezze diventano persino maggiori rispetto al passato. Eppure comprendiamo che la sua gioia più profonda non nasce da queste cose. Giobbe ha attraversato una sofferenza lunghissima e una grande fatica interiore. Ha cercato Dio, lo ha interrogato, ha atteso una risposta e si è confrontato con il mistero della sua presenza e del suo silenzio. Alla fine pronuncia una delle frasi più importanti del libro: «Ti conoscevo solo per sentito dire, ma ora i miei occhi ti hanno veduto». Anche per Giobbe la vera gioia nasce dal vedere Dio. Il Signore, che sembrava nascosto e che non rispondeva ai suoi appelli, finalmente si rivela. Per questo Giobbe dice: «Perciò mi ricredo e mi pento sopra polvere e cenere». Possiamo però comprendere l'espressione anche alla luce dell'ebraico come un passaggio verso la consolazione: Giobbe non soltanto si ricrede, ma viene consolato. La consolazione decisiva non consiste semplicemente nel recupero dei suoi beni, ma nel fatto che la sua relazione con Dio è diventata autentica e reale. La consolazione viene dall'incontro con Dio Alla fine Dio stesso riconosce la verità del cammino di Giobbe e rimprovera i suoi amici, perché hanno parlato di lui in modo sbagliato. Giobbe, invece, ha attraversato la sofferenza senza smettere di cercare Dio e, alla fine, lo ha incontrato. Possiamo così comprendere meglio anche ciò che Giobbe aveva intuito nella sua speranza: il suo Redentore vive e alla fine si ergerà. Ciò che un giorno sarà pienamente manifesto davanti a tutti, per Giobbe diventa già esperienza presente: egli ha conosciuto Dio e lo ha visto. La nostra gioia nell'Eucaristia Noi abbiamo una grazia ancora più grande: nell'Eucaristia possiamo già oggi incontrare il Signore. Lo vediamo nella fede, lo ascoltiamo nella sua Parola e lo riceviamo nel suo Corpo. Per questo la nostra gioia non dipende soltanto dalle vittorie che otteniamo, dalle difficoltà che superiamo o dai beni che possediamo. La nostra gioia più profonda è sapere che il nostro nome è scritto nei cieli e che possiamo riconoscere la presenza di Dio nella nostra vita. Come i settantadue, siamo chiamati a portare il Regno di Dio; come Giobbe, siamo chiamati a cercarlo anche quando attraversiamo il dolore e il silenzio. E, soprattutto, siamo chiamati ad avere occhi capaci di vedere: vedere la grazia di Dio nelle nostre giornate, nelle persone che incontriamo, nelle relazioni e anche nelle fatiche. Questa è la gioia che il Signore ci dona: una gioia che nasce dall'incontro con lui e che, proprio per questo, può accompagnarci e sostenerci in ogni momento della nostra giornata.

